Bittersweet Agony

Bittersweet Agony

Bittersweet Agony

Se un Orangutan potesse parlarci. Forse inizierebbe con un “Dear human…”, forse. Ma non corriamo troppo e partiamo dall’inizio della Storia.

Il Borneo è un luogo inospitale per i più, temperature elevatissime, un’umidità insopportabile, mesi di piogge torrenziali seguite da caldo torrido, una foresta altissima, intricata, che si estende a perdita d’occhio alternandosi a corsi d’acqua popolati da Coccodrilli Marini, Falsi Gaviali, dagli endemici Coccodrilli del Borneo, paludi, fango e occasionali insediamenti umani. Serpenti mortali, Ragni giganti, Sanguisughe, sono presenti in gran numero e spesso possono essere pericolosi, se non trasmettere malattie, come le zanzare. Notti infinite a combattere con zanzariere bucate, caldo, insetti, un luogo che, come tutte le foreste, sembra programmato per uccidere. Paura vero?

Sembra l’anticamera dell’inferno. E invece è un paradiso, ed è la loro Casa, la casa di migliaia di specie animali che conta circa 1.800 vertebrati terrestri, tra i quali più di 700 specie endemiche, e decine di migliaia di specie di invertebrati. Ma noi questa Casa la stiamo distruggendo, con la sistematica, indifferente e apatica brama di avere, prendere, usare e distruggere solo perché possiamo farlo, perché ci diciamo da soli che “è utile”, che “serve”, che “è giusto”.

Nice to meet you, Mr.Pongo

Ma abbiamo detto di non correre troppo, anzi andiamo indietro, saliamo sulla solita “Macchina del Tempo” e torniamo a circa 20 Milioni di anni fa, quando la storia ha inizio.  Gli Orangutans del Borneo (Pongo Pygmaeus) sono l’ultimo ramo sopravvissuto di una stirpe di Grandi Scimmie che un tempo prosperava gran parte dell’Eurasia.

Ora, senza chiudere gli occhi, immaginate di trovarvi in una foresta primordiale, tra 18 e 20 Milioni di anni fa, siete nel “Miocene Inferiore”, più o meno nell’attuale Africa, circondati da numerose specie di Antropomorfi Primitivi (definirle “scimmie” è ancora presto), iniziate ad esplorare cercando “risposte”, ma dovranno trascorrere ancora un paio di milioni di anni circa per averle, fu allora che comparve quella che viene definita “Grande Ape Ancestrale”, insomma, “Mammina”, la capostipite di tutti noi.

All’epoca il clima era più caldo e vaste foreste coprivano Africa, Medio Oriente ed Eurasia. Le prime scimmie antropomorfe, disperdendosi alla ricerca di nuovi territori, si diffusero dall’Africa verso le attuali Asia e Europa. Ed è in quel periodo che si verifica la prima grande divergenza delle linee evolutive. In un giorno apparentemente anonimo, uguale a tutti gli altri milioni di giorni precedenti, tra i 16 e 12 Milioni di anni, fa la linea evolutiva si separa in due rami, da una parte quello dei Ponginae (che diventeranno le tre famiglie di Orangutans moderni: del Borneo, di Sumatra e Tapanuli) e dall’altra quella degli Homininae. Un giorno qualunque che ha cambiato tutto, o quasi.

Bisognerà attendere ancora qualche milione di anni perché la linea dell’Antenato Comune Africano, si biforchi di nuovo in due, lasciando da una parte i Gorilla (che porteranno all’evoluzione dei moderni Gorilla Orientale e Gorilla Occidentale) e dall’altra gli Hominini. Servirà l’ultima, vera, grande divergenza evolutiva, più o meno 6-7 Milioni di anni fa, che porterà la linea dell’ultimo “Antenato Comune Uomo-Scimpanzé” a separarsi, creando due nuove linee: quella Pan, dalla quale nasceranno Scimpanzé e Bonobo, e quella Homo, che non credo vada ricordato a cosa ha portato.

Ma torniamo nuovamente un pò indietro, a dopo la separazione del gruppo Ponginae, a quella chiamata l’Era dei Pongini, quando gli antenati dei moderni Orangutans prosperarono nell’attuale Asia per milioni e milioni di anni, in quelli che ora noi chiamiamo Pakistan, India, Nepal (persino in alcuni siti himalayani), Thailandia, Myanmar, Vietnam, Laos, Cambogia, parte della Cina meridionale, Malesia, Indonesia e chissà in quante altre aree del Sud-est asiatico. Decine di milioni di anni, tra paleo-antenati, antenati comuni e linea attuale. Decine di Milioni.

Fast Forward

Click. Un giorno un nipotino di quella primordiale mamma comune alza lo sguardo verso le stelle, inizia a camminare in modo eretto, su due zampe, scopre il fuoco, il linguaggio, le armi, capisce che può cacciare, che deve cacciare per sopravvivere. Inizia ad esplorare, inventare, colonizzare aree sempre più vaste, si evolve, si espande, si evolve ancora, crea, inventa sempre di più, sempre meglio, e contemporaneamente distrugge, cancella, poi si evolve ancora, e distrugge sempre di più, conquista ogni territorio e ogni angolo del Pianeta, non si ferma davanti a nulla, neppure davanti ai propri simili.

Questo Primate, questa “scimmia evoluta” inizia ad affermare se stesso e a definire l’ordine delle cose (ovviamente dal suo solo e unico punto di vista) e, a partire da Aristotele che con la sua teoria colloca la “Terra al centro dell’Universo”, si passa a Platone che introduce l’idea di “ordine intellegibile e superiorità del mondo delle idee”, arrivando (in sintesi estrema) al Medio Evo e a Tommaso d’Aquino che sintetizza il tutto in una visione in cui “la natura è finalizzata al Disegno Divino e l’Uomo è il punto di contatto privilegiato tra materia e spirito”.

Infine, con il Rinascimento, si arriva al concetto di Antropocentrismo esplicito, che ha uno dei suoi pilastri in Giovanni Pico della Mirandola nel “Discorso sulla dignità dell’uomo” (anno 1486) dove l’idea diventa esplicita: l’uomo non ha una natura fissa, è “posto al centro” per autodeterminarsi, è il vertice della creazione naturale.

Dio, ammesso e non concesso che ne esista uno o più d’uno, non ha però mai ratificato ufficialmente questa teoria, se non ricordo male. Come si direbbe in “volgo”, ce la cantiamo e ce la suoniamo da soli. Da sempre.

Ma scappiamo dal Rinascimento, epoca di Grandi Idee e scarsa igiene, e torniamo ai giorni nostri, dove ormai “L’Uomo” non solo ha esplorato e colonizzato, ma distrutto, dai propri simili alla natura, al clima, cancellato per sempre vaste aree del pianeta, migliaia di specie animali e vegetali, sempre seguendo un solo ideale, espansione e guadagno, sempre obbedendo ad un solo Dio: se stesso, ed al suo fedele braccio destro, il denaro.

Welcome to the Anthropocene

Poi un giorno ti ritrovi nel Borneo, una delle aree più remote e selvagge del pianeta, un paradiso assediato, deturpato e mutilato. Ti ritrovi immerso e perso ad ammirare ed osservare l’assordante silenzio della natura, fatto di infiniti suoni prodotti da creature di ogni genere, dalla fittissima vegetazione che risponde alle sollecitazioni del vento, dalla pioggia scrosciante che a tratti sembra non finire mai.

Ed è dalla pioggia e tra la pioggia, su un albero poco distante, che improvvisamente vedi lui, un enorme, maestoso, Orangutan, che pesante ma agile si muovo tra tronchi, rami e foglie. Mangia, ti guarda, ti osserva, continua a fare le sue cose, poi ti guarda ancora. E’ bellissimo, enorme, sembra quasi infinito, possente e potente con il suo pelo fulvo rosso-arancio e le sue braccia lunghissime, sembra una creatura invincibile che invece è incredibilmente fragile. Gundul è il suo nome, il nome che gli hanno dato gli abitanti del posto. Gundul il Signore di quella piccola, immensa fetta di Paradiso.

Ogni giorno, ogni incontro con un singolo Orangutan diventa speciale, non so quanti ne abbiamo incontrati in poco meno di una settimana. Maschi dominanti, femmine solitarie o con piccoli appena nati o con figli al seguito (Una femmina di Orangutan partorisce ogni 6/7 anni e i piccoli rimangono con lei fino anche agli 8/9 anni di età), mini Orangutans di pochi mesi che ti guardano con curiosità.

Sono animali timidi e schivi, in particolare le femmine e gli individui più giovani non reggono lo sguardo umano, se li guardi negli occhi se ne vanno, con un misto di paura ed istinto. Sono elegantemente buffi per come si muovono, con braccia e gambe infinite che gli permetto non solo di “volare” tra gli alberi, ma anche di assumere pose ed atteggiamenti che sono un mix tra pose ginniche, performance teatrale e scultura Manierista, per sconfinare, a volte, nel comico e quasi grottesco.

Tutto questo “insieme”, la timidezza nascosta dietro alla forza e all’istinto, le loro espressioni facciali, i movimenti, le pose e la postura, quello sguardo timido ma allo stesso tempo fiero, curioso e penetrante, ti portano immediatamente ad amarli, incondizionatamente, e a “sentirli”, con una sensazione che non si può spiegare, “vicini”.

No, non è solo il nome, che nelle lingue locali significa letteralmente “Uomo della Foresta” (Orang = uomo e Hutan = foresta), non è solo il 96.4% di DNA condiviso (Nota: Sebbene non siano i Primati con cui condividiamo la percentuale più alta di DNA, primato che spetta a Scimpanzé e Bonobo con il 98,8%, seguiti dai Gorilla con il 98,4%), c’è dell’altro.

Ora immaginate di essere in un luogo dove milioni di generazioni di tuoi antenati si sono succedute, insieme all’inesorabile scorrere del tempo, per milioni e milioni di anni, in un perfetto equilibrio che solo la natura può creare e gestire, immaginate di essere una delle creature che veglia su quella foresta da sempre, senza predatori, senza nemici, senza paura.

Poi un giorno qualsiasi, mentre stai cercando qualche banana o stai pulendo qualche rametto per provare a tirare fuori qualche Termite o qualche formica da un tronco, arriva un tizio spelacchiato con un casco color mango in testa, è sudaticcio, maleodorante, con la pancia più grossa della tua, che sbuffa e ansima facendo strani segni per terra. Lo guardi curioso, non sai se scendere e prenderlo a colpi perché è nel tuo territorio, ma poi opti per mangiare una banana e rimanere sul tuo albero. Ed è proprio in quel momento che senti un rumore spaventoso e continuo che penetra fino nel cuore della foresta, ti copri le orecchie e scappi via nel profondo della Jungla.

Quel giorno cambierà tutto, tu non lo sai ma gli umani le chiamano ruspe, mine, motoseghe, e la tua casa non sarà mai più la stessa.

L’unico animale che può distruggere in 50 anni qualcosa che è li, immutato, da decine di milioni di anni, è l’Homo Sapiens. Benvenuto nell’Antropocene, amico mio.

A Billion Tears Away

L’intera area del Borneo ha una superficie di circa 743.330 chilometri quadrati (è la terza isola più grande del mondo, grande circa due volte e mezza l’Italia). il 73% del Borneo, la regione del Kalimantan, appartiene all’Indonesia, il resto è suddiviso tra Malesia ed il piccolissimo Sultanato del Brunei.

Dagli anni ’70 a oggi, l’isola ha subito uno dei tassi di deforestazione più rapidi e aggressivi della storia umana: un totale di 180.000 chilometri quadrati di foresta primaria (quindi vecchia 140 milioni di anni) sono stati distrutti tra il 1973 e il 2015 (il dato, agghiacciante, è aggiornato a più di 10 anni fa, e questo fa davvero paura). Significa che l’isola ha perso più del 30-35% della foresta originaria. Foresta primordiale, foresta che esisteva prima dei Dinosauri, Foresta che è sopravvissuta ad almeno TRE estinzioni di massa. Ha resistito a tutto, indifferente, fiera, resiliente, indistruttibile. Poi siamo arrivati noi. Le scimmie con l’iPhone.

Ma per voi probabilmente 180.000 chilometri quadrati non significano niente, sono solo un numero. Allora ve lo traduco in modo comparativo, così vi sarà più chiaro: 180.000 Chilometri quadrati sono come radere al suolo contemporaneamente Piemonte, Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna, Toscana, Lazio, Campania e Sicilia. Il 60% dell’intera superficie italiana, più di Grecia e Svizzera messe insieme, come due volte l’intera superficie del Portogallo, come radere al suolo il Missouri o l’Oklahoma negli Stati Uniti, come tutta la Cambogia, la Siria l’Uruguay.

E se non vi è ancora chiaro ve lo converto in qualcosa che forse vi è ancora più familiare: in 42 anni (1973-2015) sono stati cancellati circa 25 milioni di “campi da calcio” di foresta pluviale (25 MILIONI), 600.000 campi da calcio all’anno, 1.640 campi da calcio al giorno. E’ come se per 42 anni consecutivi, giorno e notte, fosse stato distrutto più di 1 campo da calcio al minuto (circa 1,1 al minuto). E noi ci permettiamo di classificare e definire alcune specie come “invasive”? SIAMO NOI “la parabola del Lupo Vegano”, che dice a tutti di non essere stato lui a mangiare le galline perché è appena diventato vegano.

In tutto questo la quota di deforestazione a causa della Palma da Olio ammonta a circa 91.000 chilometri quadrati, con le analisi satellitari condotte dal Center for International Forestry Research (CIFOR) che conferma che il 77% delle piantagioni sorge su terreni che nel 1973 erano Jungla incontaminata. Negli ultimi anni (in particolare dal 2018 in poi), grazie a moratorie governative indonesiane, leggi più severe e alla pressione internazionale sui marchi di consumo per l’uso di olio certificato “deforestation-free”, il tasso di deforestazione per la palma da olio nel Borneo ha registrato un rallentamento, ma cicatrici come quelle del Kalimantan rimangono gigantesche e visibili persino dallo spazio.

I 180.000 sono diventati 200.000 stimati (o sottostimati). Una piccola nota: la Palma da Olio non ha nessuna colpa in tutto questo, è solo una pianta, la sua unica “colpa” è quella di crescere ad una velocità media di circa quattro volte superiore ad altri tipi di vegetazione da coltivazione. Il colpevole è sempre lui, il solito “Lupo Vegano”.

L’immenso “Deserto Verde” di sole Palme ha frammentato l’habitat dei grandi mammiferi, e così, solo negli ultimi vent’anni, l’espansione delle piantagioni ha causato la morte di circa 150.000 Orangutans del Borneo, spingendo la specie sull’orlo dell’estinzione. Ma c’è di più, per fare spazio alle piantagioni nel Kalimantan sono state drenate e bruciate immense Paludi Torbiere. Il fuoco utilizzato per ripulire il terreno ha rilasciato nell’atmosfera miliardi di tonnellate di Co2, trasformando così l’Indonesia in uno dei maggiori emettitori di gas serra al mondo.

Questo stiamo facendo agli Orangutans e a tutte le altre forme di vita della foresta, sempre convinti di essere nel giusto, sempre sicuri di essere dalla parte giusta della storia, sempre convinti di avere la priorità e che la sopravvivenza della nostra specie possa prescindere da quella delle altre. Con il nostro ghigno sempre ben stampato in faccia violentiamo la loro terra, distruggiamo la loro foresta, ci appropriamo della loro casa, giorno dopo giorno. Fino a quando?

But The Times They Are A-Changin’?

Socchiudo un po’ gli occhi, quanto basta per scivolare verso un sonno solo apparentemente leggero, la stanchezza, il caldo e l’umidità hanno il sopravvento, sto per arrendermi definitivamente al sonno, ma mi sento chiamare, non capisco, sono confuso, cerco di mettere a fuoco lo sguardo, inizio ad intravedere qualcosa, mi sembra lui, anche se mi sembra tutto un po’ assurdo. Sono su un Klotok, come è possibile che ci sia un Orangutan davanti a me?

Ma prima che io possa dire o fare qualcosa lui mi allunga la metà di un mango e… “Caro umano, io non sono come te, non sono te, ma condividiamo molto, più di quanto tu non possa immaginare. La mia storia viene da molto, molto lontano, quasi perduta nel tempo. Se vuoi sederti qui con me per un po’ e ascoltare, quando avrete abbattuto l’ultimo albero ed io non sarò più qui, potrai raccontare la mia storia ai tuoi piccoli umani, così che almeno il ricordo di me possa sopravvivere, attraverso il tempo”.

Un po’ stranito mi siedo davanti a lui e ascolto: “Sai, una volta qui c’erano moltissimi di noi, centinaia di migliaia, forse milioni, c’erano un sacco di enormi Mango, eravamo in armonia con tutto quello che ci circondava… hai mai sentito parlare dei miei antenati?”. Faccio fatica a realizzare, vorrei rispondergli da bravo studente dicendo che conosco la storia del “Gigante Perduto”, il Gigantopithecus (il Primate più grande mai esistito), ma proprio mentre sto per pronunciare la prima sillaba un rumore mi distrae. Mi sveglio, questa volta davvero, con una strana sensazione addosso, stavo sognando, un sogno così reale da sembrare vero, ma pur sempre un sogno. Preparo l’attrezzatura e mi incammino insieme agli altri per l’ultimo trekking nella Jungla.

Dopo tre ore abbondanti, svariati chilometri, dopo aver sudato come tacchini al forno, siamo prossimi al rientro. Mentre cammino, ultimo del gruppo, lo vedo che mi osserva da un ramo non particolarmente alto, mi sembra lui, quello che mi parlava in sogno, ma non può essere, “non può essere”, mi ripeto. Non c’è tempo, ma rallento fino quasi a fermarmi, i nostri sguardi si incontrano, vorrei dire qualcosa, ma non mi esce nemmeno un suono, vorrei dirgli di non preoccuparsi, che le cose cambieranno, che tutta questa distruzione e questa morte saranno fermate, che non scomparirà e non sarà dimenticato, ma non posso, non ci riesco.

Dal profondo dei suoi occhi mi sento risucchiato in un wormhole profondo 16 milioni di anni, sul fondo vedo il riflesso di me stesso, da dove vengo, quello che ero, quello che ritornerò ad essere, forse quello che vorrei essere.

Mentre, come in una scena al rallentatore da B-Movie hollywoodiano, ci allontaniamo, riesco solo a malapena ad alzare una mano, un reverente cenno di saluto ed un timido sorriso, per rompere la dolce e amara agonia di quel paradiso. Lui sembra guardarmi come per tranquillizzarmi, “non è colpa tua”, sembrano dire i suoi occhi, mentre il suo capo si abbassa e si rialza in un quasi impercettibile segno di assenso e approvazione. Mi scende una lacrima, è tempo di andare.

Liberamente ispirato all’orrida realtà e a un sogno (o forse non lo era?)

Fonti: Wikipedia, Orangutans Foundation, Center for International Forestry Research (CIFOR).

Grazie ai ragazzi di Natura Ethica Expeditions, Cristiano e Edoardo, grazie a Moncos, la miglior Guida in tutto il Kalimantan, grazie a tutta la Crew che si è presa cura di noi, grazie a tutti i miei cari compagni di Spedizione. E ovviamente grazie anche a tutti gli insetti che ci hanno punto e a tutti gli animali che si sono fatti ammirare, ma soprattutto infinitamente grazie alla Jungla.

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